Classe Proletaria

TEORIA MARXISTA LENINISTA

  • Home page
  • Notizie
  • Comunicati
  • Teoria




 

Invia tramite emailPostalo sul blogCondividi su XCondividi su FacebookCondividi su Pinterest
Etichette: Comunicati, Notizie
Post più recente Post più vecchio Home page

Per il più ampio fronte unitario di opposizione al governo Draghi

Lettera aperta rivolta a tutte le organizzazioni politiche e sindacali della sinistra di classe a seguito della formazione del governo Draghi
Care compagne e cari compagni,
è sicuramente evidente a tutti noi la rilevanza del cambio politico intervenuto con la formazione del governo Draghi. Un governo che è diretta espressione del capitalismo e della grande finanza, italiani ed europei. L’ampia unità nazionale che si è raccolta attorno al nuovo esecutivo non è solamente un episodio di clamoroso trasformismo, ma la misura della comune subordinazione al capitale finanziario di tutti i partiti di governo. Dai partiti europeisti liberali sino ai partiti di cosiddetta marca sovranista.
L’enfatica celebrazione mediatica di Mario Draghi indica l’investimento centrale della classe dominante nel nuovo esecutivo, come strumento di riorganizzazione del capitalismo italiano e del suo rilancio. Sul piano dei rapporti di classe, a partire dallo sblocco dei licenziamenti, sotto la pressione diretta di Confindustria; ma anche sul piano europeo e internazionale, nel segno di una forte sottolineatura atlantista.
Ogni sostegno accordato al nuovo governo da parte di forze della sinistra politica
come da parte delle direzioni sindacali ci pare in profonda contraddizione con tutte le ragioni del lavoro. E viceversa tutte le rivendicazioni più elementari dei lavoratori e delle lavoratrici, a partire dalla difesa della salute e del lavoro, militano contro il governo Draghi.
Per questo crediamo importante che fuori e contro l’unità nazionale attorno a Draghi prenda forma il più vasto fronte unitario di azione di tutte le sinistre di opposizione e di classe, sociali, politiche e sindacali, estranee al campo liberale come alla “galassia sovranista”. Superando ogni logica di primogenitura, di autosufficienza, di autocentratura, ci pare sia il momento di costruire gli “Stati Generali” dell’opposizione di classe.
Non è in discussione naturalmente la piena autonomia politica e organizzativa di ogni soggetto, nella consapevolezza delle diversità esistenti. L’esigenza che qui vogliamo sottolineare è un’altra: quella di fare fronte comune contro il governo dal versante dei lavoratori e delle lavoratrici; quella di una unità d’azione delle nostre organizzazioni che si ponga al
servizio della ricostruzione di una opposizione di massa. L’unica in grado di alzare un argine e di incidere sui rapporti di forza, tanto più a fronte del nuovo scenario politico.
Ci rivolgiamo dunque a tutte le organizzazioni della sinistra di classe, e a tutti i circuiti dell’avanguardia che già si pongono sul terreno dell’opposizione e già sollevano con diverse modalità il tema dell’unità delle lotte, per discutere insieme su come fare fronte comune. Per quel che ci riguarda siamo pienamente disponibili a superare la nostra stessa esperienza di coordinamento dentro un fronte d’azione più largo.
La preparazione comune di una manifestazione nazionale unitaria contro il governo di tutta l’opposizione di classe – da discutere e definire congiuntamente – ci pare possa essere un banco di prova importante dell’unità d’azione.

Coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione
(Comunisti in Movimento, Fronte Popolare, La Città Futura, Partito Comunista Italiano, Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Marxista-Leninista Italiano)

LE FOIBE TRA IL "RICORDO" E L'ABUSO DELLA STORIA

Articolo davvero interessante scritto da Giovanni De Luna pubblicato su Il Fatto Quotidiano in data 11 febbraio 2021
Gli italiani ammazzati nel 1943 e nel 1945 furono vittime di una spietata "pulizia etnica" dei partigiani comunisti jugoslavi? Questa tesi è affrontata sempre più spesso nel discorso pubblico sulle "foibe", suffragata anche da alcuni interventi del presidente della Repubblica. Rimbalzata nella grande arena dell' "uso pubblico della storia" ha assunto una marcata connotazione politica, tradottasi in una strisciante rivalutazione del fascismo e anche del nazismo. In Rai, il passaggio da Il cuore nel pozzo, andato in onda nel 2005, a Rosso Istria, nel 2019, è molto indicativo.
E' stato Eric Gobetti nel suo ultimo libro (E allora le foibe?, Laterza) a richiamare l'attenzione sulle differenze tra i due racconti: nel primo le vittime sono italiani innocenti, travolti da una violenza incomprensibile; nel secondo, la barbarie comunista colpisce non gli italiani in generale ma i fascisti dichiarati, con i nazisti che si adoperano per salvare i loro camerati dalla brutalità dei "titini". Il comunismo è peggio del fascismo e, nel nome dell'anticomunismo, anche il nazismo ha i suoi lati buoni. Nell' "uso pubblico della storia" da sempre si combatte senza esclusione di colpi per schiacciare gli avversari politici, utilizzando in chiave strumentale un particolare racconto del passato. Sul 10 febbraio, sulla "Giornata del ricordo", la destra politica ha tentato con successo non solo di proporre un'alternativa al 27 gennaio e alla memoria di Auschwitz, ma anche di cogliere l'occasione per legittimarsi, in nome dell'anticomunismo, in un ruolo patriottico. E' stato così fin dall'inizio, quando (nel 2004) il Parlamento votò

a stragrande maggioranza per una data che non c'entrava niente con le foibe ( le uccisioni di italiani da parte dei partigiani jugoslavi avvennero a ridosso dell'8 settembre 1943 e nel terribile mese del maggio 1945 ), ma che coincideva, invece, con quella della firma del Trattato di pace a Parigi (1947), con i neofascisti pronti già allora a denunciare come una vergognosa resa agli Alleati quello che fu invece il primo atto rilevante in politica estera della giovane democrazia italiana.
La tesi della pulizia etnica, però, è messa in discussione dalle più recenti ricerche storiografiche, rese possibili anche dall'apertura degli archivi della ex Jugoslavia, e dai lavori degli storici, soprattutto italiani e sloveni. A me sembra, inoltre, che il richiamo alla "pulizia etnica" rischi di schiacciare l'intera questione sulle specificità storiche e geografiche dell'Alto Adriatico. E vero. A Versailles, nel 1919, lo smantellamento dei grandi imperi multietnici (l'Austria-Ungheria, ma anche quelli ottomano e zarista) provocò la nascita di Stati costruiti a tavolino, dando vita a compagini rese fragili dai dissidi profondi tra le varie componenti etniche e religiose: conflitti che, tra il 1940 e il 1945, esplosero nella "guerra totale", quando agli odi "nazionali" si sovrappose il carattere ideologico della guerra (democrazia contro totalitarismo, fascismo contro comunismo, nazismo contro comunismo). Questo groviglio di scontri ideologici, rivendicazioni nazionali, rivalità etniche e religiose, caratterizzò il modo in cui l'Italia, attraverso il suo confine orientale, fu coinvolta nelle
tragedie della Mitteleuropa.
Pure, ci sono delle questioni tutte italiane che quelle vicende lasciano emergere, partendo proprio dalle "tre guerre (civile, patriottica, di classe) della riflessione di Claudio Pavone sul biennio 1943-1945. In quelle zone ci fu anche una guerra civile tra italiani: con Tito erano schierati 30mila nostri connazionali, arruolati nella Divisione Garibaldi e protagonisti di strenui combattimenti con i nazifascisti; così come, sull'altro fronte, al servizio dei tedeschi c'era la X Mas di Junio Valerio Borghese. E di una vera e propria guerra patriottica si deve parlare a proposito degli scontri che videro gli italiani, anche gli antifascisti e il CLN, opporsi con determinazione alle pretese annessionistiche dell'esercito di Tito e le varie (slovena, serba, croata, bosniaca) scontrarsi tra loro. Quanto alla "guerra di classe", i suoi caratteri furono espliciti nei giorni successivi all'8 settembre 1943: si trattò di una rivolta delle campagne slave contro la città italiana, il riaccendersi di un conflitto secolare, ripropostosi in termini più ideologici, nel maggio 1945, quando gli italiani furono eliminati in quanto fascisti ma anche in quanto "padroni". E perfino all' "esodo" (furono 300mila i nostri connazionali costretti a lasciare le loro case), si oppose un "controesodo" che portò 3mila italiani (nella stragrande maggioranza operai comunisti) a trasferirsi in Jugoslavia. Collocando gli eventi che funestarono il confine orientale nella crisi italiana 1943-1945, la storia ne sottolinea così i caratteri nazionali e può aiutarci a capire meglio quel nostro passato senza ammiccamenti alle "memorie condivise".
Tema Semplice. Powered by Blogger.